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Eco, Balto e la bicicletta di Luigi Barilari

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Nel 1925 una terribile epidemia di difterite colpì la città di Nome in Alaska. Le condizioni climatiche particolarmente avverse rendevano impossibile il trasporto delle scorte di vaccino da Anchorage con i mezzi a motore, perciò si ricorse alla tradizionale slitta. In soli cinque giorni una staffetta di 20 squadre trasportò l’antitossina a Nome. L’ultima di queste era guidata dal leggendario cane Balto, da allora divenuto simbolo di questa impresa.

L’itinerario che si snoda tra le due città è di circa 1.800 km ed è conosciuto come Iditarod. Negli anni è diventato lo scenario dell’omonima competizione che si può svolgere a piedi, con gli sci, in bicicletta o con la slitta.

Da poche settimane, Luigi Barilari ha partecipato all’edizione di quest’anno nella “categoria ciclistica” e ha emozionato lo staff di Uniser (sponsor dell’impresa) narrando minuziosamente ogni episodio avvenuto durante la competizione: i piacevoli incontri presso i check point, i meno piacevoli incontri con lupi e linci, la scoperta del popolo inuit, il costante rischio di perdersi o di cadere in fiumi ghiacciati, la disidratazione, le tenebre, ma soprattutto la solitudine.

La solitudine è una brutta bestia – anche peggio dei lupi – ma Luigi non era del tutto solo, a fargli compagnia c’era la sua bicicletta, mezzo con il quale ha sviluppato un rapporto di reciprocità: lui la portava in salita e lei lo portava in discesa. E come dovrebbe accadere in tutte le coppie, la reciprocità è sintomo di unione e si finisce per diventare una cosa sola. Proprio quel che è successo a Luigi e alla sua bici: i pedali sono diventati un prolungamento dei suoi piedi, poteva sentire i copertoni sulla neve come se fossero la sua pelle, i fasci di muscoli delle sue mani sono diventati una cosa sola con i freni e ogni comando che partiva dalla sua testa arrivava direttamente allo sterzo della bicicletta.

L’idea che uno strumento possa diventare parte di noi non nasce con Barilari, anzi, molti studiosi, poeti e artisti, ci sono arrivati percorrendo strade diverse – meno tortuose dell’Iditarod – e in particolare uno dei semiologi più famosi al mondo ne ha fatto una tassonomia. Il compianto Umberto Eco nel saggio Kant e l’ornitorinco (1997) affronta la questione delle “protesi”, come strumenti che migliorano le nostre capacità, dividendole in: sostitutive, estensive e magnificative.

Le prime sono le protesi in piena regola (arto artificiale, pacemaker, apparecchio acustico, ecc).Le protesi estensive sono quelle che permettono di estendere ciò che il corpo già fa di natura (bastone, trampoli, lente d’ingrandimento, ecc), la maggior parte non sono neanche percepite come tali, per esempio gli abiti sono estensione della pelle, una forchetta è estensione delle nostre dita, una ciotola è estensione della mano e via dicendo.Infine abbiamo le protesi magnificative, e sono quelle che ci permettono di fare cose che col nostro corpo non potremmo mai fare, esempi classici il telescopio e il microscopio- Tra queste Eco stesso include la ruota.

Barilari ci ha dato la testimonianza pratica di ciò che Eco aveva esposto teoricamente, ci ha dimostrato che per sopravvivere bisogna avere completa padronanza dei propri strumenti (che siano una bicicletta o le conoscenze linguistiche).

Come sa molto bene Luigi Barilari misurarsi con un nuovo contesto è difficile, ma allo stesso tempo estremamente formativo, perché porta a migliorarsi e a migliorare le proprie capacità. La lezione che Barilari ci ha fornito non è altro che quella che trasmettiamo ai ragazzi che partono ogni anno grazie ai progetti gestiti da Uniser: più un’esperienza è impegnativa, più ti permetterà di crescere, in ogni senso.

Sandro Geracitano, tirocinante presso Uniser

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